martedì 27 dicembre 2011

  Ritratto
quinta parte
 "Le piace?" disse alla fine. La Menta Sacco tornava su, spinta dalle bollicine di selz. "Bello", dissi come un'ebete.
Ripassammo dalla "camera iperbarica", verso la luce. Ero abbastanza stordito. Senza farci caso, B. mi condusse nella sala di posa, raggiungible attraversando corridoi, scalini ed infine pesanti tendaggi. Era un ambiente molto grande, quasi uno studio cinematografico. C'era TUTTO. Sul soffitto, erano fissati sei rulli, con altrettanti sfondi in vari colori e materiali, ad azionamento elettrico. A terra, due generatori di flash da due kilowatt, pieni di pulsanti colorati. Diversi flash ad ombrello. Non li avevo mai visti prima dal vero. In mezzo alla sala, troneggiava una enorme macchina a soffietto in legno, con negativo 24x36 (centimetri) e un obiettivo da 420. B. fece un rapido elenco degli attrezzi disponibili, mi mostrò - senza aprirli - gli armadi blindati in cui teneva le macchine fotografiche, e infine mi disse: "Ce l'ha un camice, vero Sig. M? Naturalmente, bianco".
La testa mi girava un po. Significava che mi stava assumendo? Stupidamente, pensavo al camice e a come avrei fatto senza di quello. Mi venne in mente quello che usavo nel laboratorio di chimica, all'Istituto Tecnico. Mia madre doveva ben averlo da qualche parte. Mi ripresi, e risposi "Certo che ce l'ho, un camice". "Va bene," disse B. Ci vediamo tra una settimana, lunedì l'altro.
Mi accompagnò nel negozio, presentantomi alla Signorina pettoruta e alla Signora B. come "Il nuovo operatore, Signor M.". Loro mi guardarono impassibili, e immobili nelle loro posizioni.
In strada, tutto mi sembrava diverso. Ripassai davanti al negozio di ferramenta con superiorità. Ero un operatore fotografico, ora. La bicicletta era ancora li. Ci saltai su, feci un'impennata come i ragazzini, e via verso il Primo Cavalcavia. Non stavo nella pelle. Però, al calvacavia non ci arrivai neppure. Nonostante ci fosse il sole (che c'era quasi sempre, ad O.), ad ogni pedalata si addensavano nuovole nere sopra la mia testa. "Che occasione" pensavo. Ma poi pensavo al ritocco, che non avevo mai fatto, ai pomelli, ai pedali, ai pulsanti, ai bagni termostatati, a quel mostro di macchina a banco ottico.... Ero perso. Neanche se avessi imparato a memoria tutti i libri di fotografia e le riviste che avevo sarei stato all'altezza. Così, davanti alla storica pasticceria dei Krapfen, feci marcia indietro, e via a pedalare verso lo studio di B.
Arrivai col fiato in gola. Era ancora aperto. Dal tempo che passò prima che l'imperturbabile Signorina avvertisse B. nei meandri della casa, e da come lui si presentò, con una vestaglia invece che con la camicia a frappalà, ne dedussi che il Maestro stava già pranzando. Mi guardò senza mettermi a fuoco, quello che c'era da vedere l'aveva già visto, e mi chiese "Cosa c'è ancora?".
Gli dissi che avevo pensato di iniziare immediatamente, e non dopo una settimana. Che questo mi avrebbe permesso di familiarizzare con gli attrezzi, in modo che alla data stabilita sarei stato pronto. E che naturalmente, per quella settimana non avrei preteso nulla. Mi guardò per la prima volta con un sorriso diverso, un sorriso di bambino, che qualche rara volta ha ancora adesso, da vecchio. E mi disse: "Questo non è possibile. Prima che lei venga qui, voglio attendere che il Signor Pallotta vada via. Ma ho apprezzato molto.".  Ringraziai, avviandomi un po deluso verso la porta. Mentre scendevo le scale, mi disse "Non si preoccupi, giovanotto.... andrà tutto bene."
Caro Maestro.

segue

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