martedì 27 dicembre 2011

Kallman
 Nell'estate del 74, davanti al bar gelateria "Macondo", che avevo aperto in società con S.P., discutevamo sulla quantità di brioche da ordinare, mangiando quelle del giorno prima ormai invendibili, inzuppate nel gelato fuso.Il Bar era una specie di gioco. Io e S.P. facevamo un altro lavoro. Al Bar ci stava P., noi ci andavamo solo la sera a suonare, o nel fine settimana. Dunque squilla il telefono (che era di quelli a gettoni con la vernice martellata). "Hallo, Pietro?". Dall'altra parte c'è Kallman, un ragazzo che avevamo conosciuto in primavera, in Israele, in un maldestro tentativo di attraversare il Sahara con la Guzzi Sport di S.P.
Kallman era andato a Berlino, a trovare la mamma, in moto. Nel frattempo, la mamma di Kallman era andata in vacanza da qualche parte. Lui aveva qualche giorno libero. Ci propone una "scappata", per venire a trovarci. Nove ore dopo era li, con la BMW RS fumante, pieno di moschini, ed il suo giubbotto di pelle gialla *.  Steso sulla moto come fosse un letto, rideva e fumava. La settimana dopo avrebbe compiuto diciannove anni. Passiamo tutti una bella serata dentro al Bar, che aveva un modesto arredamento di vimini ma ci si stava bene. Dopo aver fatto fuori quasi tutta la scorta di alcolici, si va a dormire, a casa di S.P. Quando dormivo fuori, non avvertivo quasi mai C., mia moglie, che invariabilmente mi aspettava davanti alla cena preparata, senza mangiare. Ero un animale. Il giorno dopo, vado a lavoro, ma alle cinque di pomeriggio S.P. mi avverte che c'era stato un incidente. Corro al S.Giovanni, craniolesi. Kallman era in fin di vita. Davanti al Bar, stava regolando i carburatori. Dopo aver detto ad S.P. "guarda di che colore esce il fumo", era partito a tutta velocità. Prima, seconda, incrocio. Bang. Anche lui stava guardando dietro, il fumo. La Mercedes senape, ridotta come un cornetto, era entrata nel pianterreno di una casa. Kallman, con le braccia rotte, era atterrato molti metri dopo, finendo di rompere parecchie altre ossa.
Al S.Giovanni c'era S.P, P., C., e molti altri amici (allora ne avevo). Nessuno parlava. Kallman  non si poteva vedere, era in coma profondo, ma i dottori avevano parlato chiaro: niente da fare.
All'ambasciata di Germania cerchiamo di rintracciare la mamma di Kallman. Sono gentilissimi, la trovano in poche ore. Arriva in areo a notte fonda. La portiamo in ospedale. E' serena. Stavolta ci fanno entrare. Kallman è irriconoscibile. Ha tubi, fili, cavi dappertutto. La mamma entra. Poggia la borsetta. Lo guarda senza piangere. Alza il lenzuolo, per vedere se ha ancora le gambe. Poi si siede, e comincia a parlarci.
Kallman, che avrebbe fatto diciannove anni la settimana dopo, è rimasto al S. Giovanni per otto mesi. Tutti noi facevamo a turno per non lasciarlo mai solo. La mamma era quasi sempre li, con la sua borsetta. Nel frattempo, quasi tutti gli altri pazienti di quel reparto sono morti. Lui invece si è svegliato all'improvviso un giorno che c'era P. con lui, è ha iniziato a dire numeri di telefono. Lo abbiamo riaccompagnato in areoporto in aprile, c'era già un bel tepore. Mentre spingevo la barella con le lacrime agli occhi, gli chiedevo "allora, quanto ci hai messo ad arrivare da Berlino?", per farlo parlare. "Quaranta, quarantacinque minuti" rispondeva lui ridendo. Ha continuato a dare i numeri, senza mai riprendersi del tutto, e sta su una sedia a rotelle. La mamma, prima di partire ci ha baciato tutti sulla bocca.
* Il giubotto è quello che ho addosso nel post "Fuga", di qualche giorno fa.

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