martedì 27 dicembre 2011

martedì, 15 novembre 2005

Partenza
Austin
Allora, ti muovi o no?
Devo scaldare il motore. L'Austin è vecchiotta....
E' più giovane di te.
Allacciati le cinture, piuttosto...
Lo sai che non le sopporto. Mi danno fastidio alle ali. Hai preso il trapano?
Si. Adesso lo uso, pure. Ma non stai mai zitto?
I pappagalli non stanno mai zitti, a meno che non abbiano la raucedine. Non sarà per questo che hai preso la macchina scoperta? A novembre, poi... Ma che idee ti vengono...
Potevi mettere la sciarpa. E' nel bagagliaio...
Si, così poi finisco come Isadora Duncan...
L'erba cattiva non muore mai.
Allora ci toccherà invecchiare insieme.
Appunto.
Carina questa musichetta. Ma andiamo da P., o nei Caraibi?
Chissà...  carichiamo il vecchio, poi si vede...
E dovrei mettermi in mezzo?
Potresti sempre volare sulla macchina...
Spiritoso... Parti, dai...
Appunti di viaggio
 Fuoco

La parte noiosa del mio viaggio sta per finire. Si dissolvono le fiere, corsi, conferenze....
 A parte un ultimo, piccolo impegno di lavoro, piano piano sto entrando, come i lupi mannari quando si fa buio, in quella specie di esaltazione fissata che mi prende sempre quando riesco a sganciarmi dalla quotidianità. Do un ultimo sguardo alla inutile (e incompleta) lista delle cose da fare e da portare con me. L'unica cosa importante che debbo ricordare è comprare un trapano nuovo per P. Glie lo hanno rubato qualche giorno fa, e so che deve fare dei buchi. Poi giù, verso sud. Persino la tangenziale sembrerà più bella. Il cavalcavia di Parma, come sempre, sarà il primo bivio ideale verso la costa. Ad Aulla finirà la nebbiolina, e poco dopo, dalle colline di Sarzana, finalmente si vedrà, il mare. E nella macchina, tra i gambali e le briglie, i biscotti per mia madre, il trapano per P. e i miei sogni, ci sarete anche voi, amici miei.
Racconterò di voi a P., davanti al fuoco, nella capanna o sulla spiaggia. E racconterò di lui a voi, al mio ritorno. A presto.
giovedì, 10 novembre 2005

Chiuso per ferie
Amici miei, mi assenterò per qualche giorno dal Bar del Porto per un viaggio. Naturalmente, il bar rimane aperto, e in buone mani. Ricordatevi soprattutto di spegnere il fuoco prima di chiudere, e se piove di mettere la pentola sopra il bancone, nell'angolo di sinistra. E soprattutto, non fate a pugni in mia assenza: non vale.
Un abbraccio a tutti, anzi, mille baci.....
Tornerò presto
Pietro
P.S. Ovviamente, il capitano viene con me. Ha messo già la sua sciarpa migliore.
The Road To Hell (Part I)

Stood still on a highway
I saw a woman
By the side of the road
With a face that I knew like my own
Reflected in my window
Well she walked up to my quarterlight
And she bent down real slow
A fearful pressure paralysed me in my shadow
She said 'son what are you doing here
My fear for you has turned me in my grave'
I said 'mama I come to the valley of the rich
Myself to sell'
She said 'son this is the road to hell'


On your journey cross the wilderness
From the desert to the well
You have strayed upon the motorway to hell


Un album altamente raccomandato per gli amici del bar. Quando l'ho acquistato, lo ho ascoltato a lungo, chiedendomi se mi avessero venduto un CD difettoso. Adoro i lunghi, eterei silenzi dei brani 1-5. In particolare, Road to hell è rimasto molto a lungo nelle mie "rotazioni". L'ho ascoltato centinaia di volte. Attaboy Chris!
 P.S.
anche se tutta la musica andrebbe ascoltata così, per questo brano è assolutamente indispensabile spegnere la luce, mettersi comodi, e chiudere gli occhi.....

opzioni: sigaretta, Scotch....

Whiskey
Okay so Leonard Cohen, Chris Rea, Mark Knofler, Johnny Cash, Tom Waits, Bob Dylan, Maryann Faithful and Stevie Nicks walk into a bar, a raspy voice calls out for a shot of whiskey. And the bartender, very confused, asks "Who said that?"
Chris

ChrisRea

Chris Rea


Dopo i racconti, anche la musica a puntate... Oggi vi tocca la prima parte di Road To Hell...
Con grandissimo piacere, vi annuncio che Chris, l'incotrastato "King of slide" torna a suonare la sua Stratocaster in Italia, al mitico Rolling Stone di Milano, il 26 febbraio. Naturalmente, quella sera il bar sarà chiuso. Ci vedremo li. Per i biglietti, penso siano gia aperte prevendite On-Line (es. Ticketone).
martedì, 08 novembre 2005

Rolleiflex
Ritratto
nona, ed ultima parte
E siccome lavoravo in camera oscura, per lungo tempo la luce del giorno non la vedevo proprio.
Un lunedì mattina di settembre (lunendì mattina era il mio "giorno" libero), andai al mio vecchio Istituto Tecnico, a salutare qualche professore. Mi faceva piacere che sapessero che mi ero sistemato. Così mi sentivo infatti: ma spesso, quando sembra che tutto sia tranquillo, e si vive un tran tran apparentemente immutabile, è il momento che qualche cosa cambia. Non stavo male, da B. Lo stipendio non era elevato, e non bastava quasi mai. Ma il lavoro mi piaceva, e lavoravo talmente tanto da non avere energie per trovarne un altro. Ogni tanto, quando proprio non ce la facevo più, mi chiudevo nel bagno del sotterraneo, e leggevo un Topolino delle vecchie raccolte che B. aveva messo da parte. Poi tornavo su, e rificcavo le mani nello sviluppo.Lui era molto lunatico, come tutti i geni. Ogni tanto, guardando le fotografie dei dilettanti stampate (che controllava una per una tutte le sere), ne trovava una troppo chiara, o troppo scura. Buttava tutto il pacco, e me le faceva rifare daccapo. Ma sapevo che mi voleva bene. Qualche volta, fantasticavo che un giorno mi avrebbe lasciato la baracca, come fa il Maestro col discepolo. L'arpia non la sopportava, e il figlio era uno stronzo. Beh, tornando alla scuola, incontrai il Professore di Elettrotecnica, nell'aula dei colloqui. Si era ritirato. A scuola mi incuteva tanto timore, ed ora era un ometto. Mi abbracciò, cosa che non mi sarei mai aspettato. Gli raccontai di me. Mi fece i complimenti. Gli chiesi se aveva notizie dei miei vecchi compagni. "Si", mi disse... Pugelli lavora con il padre, che ha una pellicceria... Assumma trasporta documenti per una banca,...e mi elencò diversi compagni, nessuno dei quali faceva il perito industriale, come me del resto. Poi si fece scuro in volto, e abbassando lo sguardo disse sottovoce "P.L., purtoppo, è morto...". P.L. era una leggenda. Era in un'altra classe, ma era stato mio grande amico. Era lui ad aver acceso nella nostra scuola la scintilla del 68, e lo avevo seguito nelle manifestazioni, nei collettivi, nelle assemblee, nelle riunioni segrete in cui si organizzava la rivoluzione... Si era sposato durante il quinto anno, perchè la sua ragazza era rimasta incinta. Scriveva libri di storia. Era un genio. Nonostante non riuscisse quasi mai ad andare a scuola, perchè la notte scriveva e il giorno spesso doveva star dietro al ragazzino, si era diplomato con 60/60, e i complimenti della commissione. Aveva lavorato troppo, ed era morto di infarto, mi disse sconsolato il professor T. "Peccato", disse, "era da poco stato assunto alla O., una grande azienda multinazionale". "Si era sistemato....". "Perchè non fa una domanda anche lei, piuttosto?", mi disse. Lo salutai, con l'amaro in bocca. Mi venne in mente l'ultima gita scolastica, con P.L., sulla Costa Azzurra. Si era innamorato di una francese, e tutto il pullmann dovette aspettare che i professori lo convincessero a salire, ricordandogli i suoi doveri di padre...


Le domande non erano il mio forte, come i concorsi. Ma la feci lo stesso. Fui chiamato per un colloquio dopo due mesi. Era pieno di gente. Cercavano una specie di rappresentanti, e promettevano una carriera fulminante per i giovani intraprendenti. Nella sala d'attesa, guardandomi attorno, mi sembravo il meno adatto per quel lavoro. Gli altri erano baldi giovani, giacca e cravatta, con l'aspetto e le phisique du role del commesso viaggiatore. Io avevo la faccia da fotografo.
Ero sicuro di non avere alcuna possibilità. Ma dopo un mese, mi arrivò un telegramma, che mi invitava a presentaremi a Firenze per un corso di formazione di sei mesi. Ero stato assunto.
La mattina del giorno successivo, lo dissi alla Signorina, con cui col tempo avevo preso un po di confidenza. Era molto eccitata. Poi lo dissi alla Signora. Non fece commenti.
B. si alzava sempre tardi la mattina. Ma lei lo andò subito a chiamare, per dargli la notizia. Poco dopo, la Signora attraversò la camera iperbarica, e mi venne a chiamare. Mi portò in silenzio in casa loro, nella quale non entravo mai, sino al bagno di B. La seguivo, cercando le parole.
Il Maestro si stava tagliando la barba, che curava sempre in modo perfetto. Mi fece impressione vederlo a torso nudo, con la faccia insaponata e un cerchietto che gli teneva i capelli. Visto la mattina, prima del "make up", sembrava più vecchio. Ed aveva le lacrime agli occhi. Mi disse "Così, se ne va....".
"Sapevo che sarebbe successo, prima o poi....". "Lei è un bravo ragazzo, vedrà che farà strada...". E piangeva. Si asciugò, mi portò nella sala di posa. In silenzio aprì l'armadio blindato, e come se prendesse in braccio un bambino appena nato, prese una Rolleiflex 2.8T, svolse come una piccola coperta la pelle di daino, e mi disse "questa è per lei". Ci abbracciammo, con la Rolleiflex in mezzo...

Grazie di tutto, Maestro.... Grazie per avermi insegnato a guardare,
a mettere a fuoco,
a distinguere il bianco dal nero, e le sfumature del grigio, a capire i colori, a credere in me. Non avere paura del buio. E' solo una camera oscura.
Grazie di tutto, B.
Ritratto
ottava parte
I flash, con uno schiocco, fissarono per sempre la bellissima espressione della donna nei cristalli di nitrato d'argento.
 B. sollevò la donna, in catalessi, di peso, prendendola per le spalle. La fece girare su se stessa, come una ballerina, in direzione della tenda. Le disse di passare dopo due giorni, e la spinse verso l'uscita. Credo che stia ancora camminando, in linea retta, col soorriso stampato sul volto. B. era un ipnotizzatore istintivo. Anni dopo, lavorai a fondo sull'ipnosi clinica, all'università. E scoprii che Milton Erickson, il più importante studiosio di ipnosi di tutti i tempi, era arrivato alle stesse conclusioni. La confusione attiva uno stato catatonico. B. metteva in atto quelle teorie, ed era in grado di plasmare l'espressione del soggetto a suo piacimento. Comunque, tornando a noi, se ne andò verso i meandri della casa. Dopo poco, la sua mercedes color cacarella usciva dal garage. Finii di ritoccara l'ultima lastra, e chiesi alla Signora cosa potevo fare. Mi disse: "Nulla. Il lunedì, i dilettettanti non si stampano". (Col tempo capii che per dilettanti intedeva i clienti che portavano i loro rullini in bianco e nero a stampare). Mi disse di andare in camera oscura. Dal tono, mi resi conto che sostanzialmente, a meno che la Signorina non annunciasse "Ritratto", quello era il mio posto. Entrai nel locale affranto. Mi rendevo conto che B. era uscito avvelenato. Che mi avrebbe licenziato al suo ritorno. E che tutte quelle belle scatole di carta Tedasca, Rumena e Polacca non le avrei mai aperte. Non sapevo che fare. Presi delle etichette, e cominciai a scrivere, con un pennarello, i tipi e le gradazioni delle carte. Scrivevo molto bene. Anche all'Istituto Tecnico, spesso avevo usato la grafia per impressionare i professori. Qualche volta, anzichè studiare, copiavo un quaderno, sulla carta millimetrata, con la penna a china. Scrivevo come un normografo. Di fronte a tanta perfezione, i professori, abituati a zampe di gallina, mi davano buoni voti senza neanche leggere cosa c'era scritto. Passai tutta la giornata così. La sera, B. entrò nella camera oscura come un toro. Si accorse subito delle etichette. Rimase un po in silenzio, in mezzo alla stanza. Poi disse: "Venga con me.", e mi portò dentro al suo salotto con la parete a scomparsa. Davanti ad un Peppermint & Soda water (anzi, a diversi...), mi disse che intendeva lincenziarmi, ma visto il lavoro delle etichette, aveva pensato che qualcosa di buono da me si potesse anche ricavare. Giocammo a scacchi fino a tardi. La sera, passai sul lungo mare, a comprare un cartoccio di telline per festeggiare. Lo misi sotto al braccio, e mi avviai pedalando verso il Primo Cavalcavia. Fischiettavo. Imparai presto tutti i trucchi del mestiere. Ogni giorno, stampavo 1000 - 1200 fotografie. Ritoccavo una decina di lastre, e facevo diversi ritratti. La serata si chiudeva con limmancabile sviluppo dei negativi. Lo stipendio era migliore di quanto pensassi: già alla fine del primo mese, B. insistette per aumentarlo a centoventimila lire. Gli piacevo. Una volta, mi prestò una delle sue Rolleiflex, che teneva in un armadio blindato avvolte nella pelle di daino, per un concorso di reportage di Paese Sera. Fu un grande onore. Girando per O., mi sembrava di tenere in mano la corona di Carlo Magno. Feci delle belle fotografie, di notte, nelle giostre dei giardinetti, e ai barboni sotto ai portici di Piazza Anco Marzio. Al concorso, arrivai secondo. B. era molto orgoglioso del suo discepolo. Per premio, mi lasciò accedere al suo laboratorio di chimica, nel sotterraneo, e mi svelò tutti i segreti per preparare i bagni di sviluppo a toni caldi per il clorobromuro. Si, gli andavo proprio a genio. Ogni tanto, mi chiamava con ad alta voce come se andasse a fuoco qualcosa. Quando arrivavo di corsa vicino a lui, mi sussurrava all'orecchio, per non farsi sentire dall'arpia "Un Peppermint?" e ce ne andavamo nel suo salotto a bere un cicchetto. Mi raccontava dei suoi guai con la moglie, facevamo una partita a scacchi, poi ritornava serio come sempre, e riprendevo a lavorare. Si, nell'insieme, andava tutto bene. A parte il fatto che specialmente in inverno, entravo che era buio, ed uscivo che era di nuovo buio. E siccome lavoravo in camera oscura, per lungo tempo la luce del giorno non la vedevo proprio.
 Segue

Session
Sax_l

Grazie ai suggerimenti di F., sono finalmente riuscito a far sentire la musica del Bar del Porto. Ci tenevo molto. Qui c'è sempre musica. Niente di speciale. Ma si suona. E ognuno può suonare quello che vuole, qui.
Ritratto
settima parte
Il grande giorno

E giocando ai venditori di mozzarelle, tirammo le otto e mezza.
  Col camice sotto al braccio, salii le scale che portavano al negozio. La Signorina chiamò la Signora, e la Signora chiamò B. Il boss mi fece entrare nella sala di posa, e mi illustrò il funzionamento della grande macchina da ritratto. Sembrava un oggetto kafkiano.  Si inquadrava e metteva a fuoco sul vetro smerigliato (meraviglia!), al contrario. Dietro si infilava, su un binario, il portanegativi, con uno scatto che sembrava quello del caricatore di un'automatica. Si tirava via il volè (una sottile lamina metallica), e quindi, con una peretta di caucciù (proprio come l'omonimo attezzo che si usa per i bambini), si faceva scattare l'otturatore. Facile.
Passammo alla lezione di ritocco.
B. lavorava con lastre in vetro 9x13, anche per una normale foto tessera.. Mi disse che il vetro è più trasparente di una pellicola negativi, e i neri sono più profondi. Inoltre è più piano, e la messa a fuoco è migliore. Era un perfezionista totale, il francese. Poggiò la lastra con l'emulsione al contrario, la passò con un tampone imbevuto di Mattoleina, una specie di gomma lacca, e la poggiò sul tavolo da ritocco, un aggeggio di legno verniciato di nero, a metà tra una cassa da morto e una vecchia macchina a soffietto. Attorno al bordo c'era un panno nero, che si metteva sopra la testa per vedere solo il lavoro, e non la luce dell'ambiente. Il negativo, poggiato su una lastra di vetro opaline, era retroilluminato.Ficcammo la testa nel catafalco, e tirò il panno. Li, come sotto una specie di coperta, guancia a guancia col Maestro, mi tornava ogni tanto qualche dubbio. Ma lui ritoccava la foto con una matita morbida, passando con un ghirigoro leggerissimo sulle rughe, le macchie, le imperfezioni della pelle e i puntini dei granelli di polvere. Mi spiegò che il ritocco era come il trucco delle donne (faceva spesso esempi ispirati al gentil sesso), che non si deve vedere. Feci qualche prova. Sono un buon disegnatore. So tenere in mano una matita. Sicchè, dopo un paio di tentativi, nei quali B. si affrettò a ripassare il tampone con quella sostanza alchemica, che azzerava tutto, ero bell'e diplomato ritoccatore.Mi divertiva: soprattutto perchè non immaginavo che ne avrei ritoccate a migliaia, di lastre. B., dopo un po mi aveva lasciato solo a lavorare, ed era andato in qualche parte della casa.
Sul più bello (le sventure capitano sempre sul più bello), entrò nella sala di posa la Signorina , che annunciò "Signor M, ritratto". Era impettita (è il caso di dirlo) a fianco della tenda, che teneva aperta con una mano. L'altra mano la teneva sul fianco. Le mancava la mazza che i maggiordomi dei film in costume picchiano in terra quando introducono un ospite. Se ce l'avesse avuta, l'avrebbe usata. Quella era la cerimonia.
Fece passare una signora. Anziana, piccola, con un cappotto color cammello, le gambe un po arcuate dall'artrosi, avvolte da quelle calze elastiche che sono impermeabili pure ai raggi X.
Dandomi un tono, le feci cenno di accomodarsi sulla seggiola, al centro della sala di posa.
Con un po di fatica, la signora riuscì a sedersi. Poverina, forse il ritratto le serviva per la lapide, e metteva le mani avanti. Feci rotolare giù il fondale bianco, e cominciai ad armeggiare con le luci. Con la coda dell'occhio vidi B., che si stava gustando la scena dal fondo della sala.
Accortomi di lui, spostavo le luci adagio, le collocavo in un certo modo, poi tornavo a spostarle leggermente, cambiavo gli angoli, le alzavo, le abbassavo.... un balletto. Nel frattempo, lo guardavo con la coda dell'occhio, per cercare di capire se lo spostamento che stavo facendo andava bene. Vedete, ce la misi tutta. Ma lui, impassibile. Mi lasciava fare. Dopo tre o quattro volte che spostavo le lampade e poi le rimettevo nello stesso posto, decisi di far finta che andava bene, e mi diressi verso la macchina, a testa bassa.
Dal fondo, B. mi disse, a voce (che a me parve) altissima: "Signohhrr M.". "Lei non ha mai fatto un rhitratto in vita sua. Vehhrro?"
Venne verso le luci, e disse, mimando i miei movimenti, in modo ridicolo, con un flash ad ombrello in mano: "Questo non si mette qui, o un po più qui, o un po più dietro....". Mi sentivo svenire. "Si mette qui, solo qui, sempre qui.". "Questo faro si mette qui, con la luce sui capelli", proseguì, "e questo qui, ad illuminare lo sfondo". "Tutto qui." . "No, lei non ha mai fatto un ritratto..." ribadì schifato. Semplice. Perchè non ci avevo pensato prima?. Mi resi conto che neanche il famoso fotografo romano aveva le idee chiare sulle luci. B. le aveva.
La signora, nel frattempo si era messa comoda, e si godeva la scena, mezza divertita e mezza angosciata da quella specie di alterco, guardando ora me, ora il Maestro.
"E poi, che è sta sciofehga" disse con un accento mezzo francese e mezzo romano, a voce alta, rivolto alla signora. "Me pahhre na bagascia...", disse additandola. "Sta qui sbraghata... co ste coscie apehrte... me pahre na vacca...". La signora pietrificata, chiuse a scatto le gambe. Io fossilizzato, a bocca aperta. B. agguantò la signora per le spalle, sembrava volesse staccargliele, e penso ci mancò poco. La piegò su un lato, come fosse un manichino, le prese la testa tra le mani e la girò, le tirò il gomito sul ginocchio. Mentre faceva queste manovre, mi diceva altre amenità, come "Non lo vede che qui scià na macchia?", "Guarda sto colletto tutto sgualscito...". A parte lui, non volava una mosca. Tra me e me pensavo, per quanto potessi pensare in quel momento, che tutto quel mettere in posa avrebbe dato alla fotografia un aspetto rigido... e non osavo immaginare l'espressione del viso, che vedevo solo di fianco.
"Venga qui," mi disse, avvicinandosi alla macchina fotografica. Di li vedevo bene la signora. Sembrava inchiodata sulla seggiola. Non osava muoversi. Lo sguardo era di profonda pena. B. prese la peretta in mano, e la nascose dietro la schiena, come un toreador nasconde la spada sotto la muleta. Si inchinò leggermente in avanti, come se aspettasso lo sparo dello starter per correre i cento metri. Sbattè l'occhio, con il suo tic. L'altro occhio, quello con cui metteva a fuoco, non lo vedevo, ma lo immaginavo. Mi inchinai di riflesso anch'io, come se avessi dovuto partecipare alla corsa. Era un momento di grande tensione. B. si girò verso di me, e mi disse a bassa voce, ma in modo che la vecchietta potesse sentire "Perchè vede, Signohhrr M., sta signohhra da ragazza doveva avere occhi proprio belli"; e sorrise. Una frazione di secondo dopo, senza guardare, sciacciò la peretta. I flash, con uno schiocco, fissarono per sempre la bellissima espressione della donna nei cristalli di nitrato d'argento.
segue
venerdì, 04 novembre 2005

Chocolade Jesus
Non vado in chiesa la domenica
Non mi metto in ginocchio a pregare
Non imparo a memoria i libri della Bibbia
Ho un modo speciale tutto mio
Ma so che Gesù mi ama
forse solo un pochino di più

Io cado in ginocchio ogni Domenica
al negozio di dolciumi di Zerelda Lee

Bene dev’essere un Gesù di cioccolata
che mi fa sentire bene dentro
Dev’essere un Gesù di cioccolata
che mi rende soddisfatto

Bene non voglio nessun Abba Zabba
non voglio una Gioia di Mandorle
Non c’è niente di meglio
che vada bene per questo ragazzo
Bene è la sola cosa
che può tirarmi su
Meglio di una tazza d’oro
Vedi solo un Gesù di cioccolata
può saziare la mia anima

(Solo)

Quando il tempo si fa brutto
e c’è il whisky nell’ombra
e meglio avvolgere il tuo salvatore
in un cellophane
E’ fluido come la grande melma
ma va bene così
Versalo sopra il gelato
per un affogato come si deve

Bene dev’essere un Gesù di cioccolato
buono abbastanza per me
Dev’essere un Gesù di cioccolato
buono abbastanza per me

Bene dev’essere un Gesù di cioccolata
che mi fa sentire bene dentro
Dev’essere un Gesù di cioccolata
che mi rende soddisfatto
Ritratto
sesta parte
Preliminari
Ringraziai, avviandomi un po deluso verso la porta. Mentre scendevo le scale, mi disse "Non si preoccupi, giovanotto.... andrà tutto bene."
Caro Maestro.
Il fine settimana, portai il cane nella Pineta, per distrarmi dall'agitazione. Ci andavo sempre, a farlo correre, e a parlare con una signora che aveva il figlio studente di medicina, e portava il cane a spasso pure lei. Parlava volentieri con me, perchè le avevo raccontato che mi ero laureato da poco, e che facevo l'aiuto anestesista al Policlinico. In realtà, l'anestesista era mio cognato. Ma io sbirciavo sempre i suoi libri mentre era fidanzato con mia sorella, e mi pagavano per fare la guardia davanti alla porta del salotto buono, mentre si sbaciucchiavano. Dopo laureato, lo andavo a trovare spesso in sala operatoria, ed avevo imparato un sacco di cose. Ne sapevo praticamente quanto lui, di anestesia. E così, nonostante sembrassi persino più giovane della mia età, la signora era convinta, e mi teneva in altissima considerazione, come fossi una promessa della chirurgia. Spesso le davo anche ottimi consigli su come il suo studioso figlio dovesse affrontare gli esami più difficili. I miei consigli erano ottimi davvero, perchè da quando la signora mi frequentava, il figlio predeva ottimi voti. Ma sto divagando. Questa è un'altra storia, la racconterò un'altra volta. Tornando alle mie ansie di quel momento, continuavo a recitare come un rosario le tabelle di stop dei flash, a far mente locale sui comandi delle Rolleiflex (che avevo visto solo sulle riviste), e a ripassare mentalmente la posizione delle luci nei ritratti, che veramente era un buco nero per me.
Andai da mia madre, a recuperare il camice. Feci molte fotografie (come se servisse), ritratti a C., che come al solito, si prestava paziente, e prove di sviluppo e di stampa. Mi feci anche fare delle nuove foto tessera da un famoso fotografo a Roma, pagate profumatamente, per vedere come disponeva le luci. Tutto quello che potevo, insomma, per prepararmi al grande evento.
La mattina del lunedi fatidico, alle sei e mezza, due ore prima che B. aprisse, ero sul pontile, davanti alla pasticceria dei Krapfen. Ancora chiusa.
Tiravo sassi in acqua, con le mie solite scaramanzie. "Se prendo quella macchia di spuma laggiù, andrà tutto bene". Pluff. Fuori. E inventavo un'altra scaramanzia, dicendomi "Stavolta vale davvero".... Faceva un freddo cane, con un bel sole, e quel vento tagliente che piace tanto alle spigole. Pensai che mi sarebbe venuto il naso rosso, e che non stava bene. Allora, inforcata la bicicletta, andai verso il negozio di S. (Si, proprio quello del racconto Dubbi...). In uno dei rari periodi in cui non era in giro per il mondo, il padre gli aveva rilevato un piccolo supermercato. Ci andavo spesso, perchè lui (che era un omone), faceva sempre il cretino con le signore quando affettava salami. Era divertente. Poi, soprattutto, apriva prestissimo, perchè arrivavano i camioncini dei latticini a portargli la merce fresca. Arrivai con la bicicletta fino dentro il negozio. S. aveva addosso una parannanzi dei Fratelli Francia, con tanto di berrettino. Si divertiva, a giocare al salumiere. Si divertiva sempre, con tutto. Era tutto un gioco. Bevemmo un succo di pomodoro (era fissato che faceva bene), seduti per terra nel cortiletto dietro al supermercato. Mi raccontò delle ultime scemenze che aveva combinato, mentre aspettavamo i camioncini. Ne arrivò uno. Trattarono sul prezzo della mozzarella. Il tizio chiedeva una cifra, S. glie ne proponeva un'altra. Alla fine, S. gli disse: "Apprezzo la buona volontà, e oltretutto le tue mozzarelle sono freschissime. Ma non le mangio io. E siccome da C. le pago quaranta lire di meno, compro quelle. Non scaricare". L'uomo discusse ancora un po, denigrando le mozzarelle di C., facendo controproposte... Alla fine, gli fece scaricare metà quantitativo, a quaranta lire di meno. Dopo mezz'ora, arrivò il camioncino di C..
S. fece la stessa storia, abbassando il prezzo anche a lui di quaranta lire, e gli fece scaricare mezzo carico. Era un commerciante nato. E giocando ai venditori di mozzarelle, tirammo le otto e mezza.


segue
Pensieri della notte

conversazione
Questo racconto fa schifo. Hai scocciato tutti con queste storie.Ma tu che ne capisci di fotografia? Da quando in qua i pappagalli s'intendono di queste cose? E poi, non è un racconto di fotografia.
Non vedi che non hai neanche un commento? Quando dico qualcosa io, mi scrivono subito. Sono simpatico.
Sei solo presuntuoso. I commenti magari li scriveranno alla fine...
Aspetta e spera.
E tu, vai a letto senza Martini, stasera.
Beh, dai, non è poi così male....
  Ritratto
quinta parte
 "Le piace?" disse alla fine. La Menta Sacco tornava su, spinta dalle bollicine di selz. "Bello", dissi come un'ebete.
Ripassammo dalla "camera iperbarica", verso la luce. Ero abbastanza stordito. Senza farci caso, B. mi condusse nella sala di posa, raggiungible attraversando corridoi, scalini ed infine pesanti tendaggi. Era un ambiente molto grande, quasi uno studio cinematografico. C'era TUTTO. Sul soffitto, erano fissati sei rulli, con altrettanti sfondi in vari colori e materiali, ad azionamento elettrico. A terra, due generatori di flash da due kilowatt, pieni di pulsanti colorati. Diversi flash ad ombrello. Non li avevo mai visti prima dal vero. In mezzo alla sala, troneggiava una enorme macchina a soffietto in legno, con negativo 24x36 (centimetri) e un obiettivo da 420. B. fece un rapido elenco degli attrezzi disponibili, mi mostrò - senza aprirli - gli armadi blindati in cui teneva le macchine fotografiche, e infine mi disse: "Ce l'ha un camice, vero Sig. M? Naturalmente, bianco".
La testa mi girava un po. Significava che mi stava assumendo? Stupidamente, pensavo al camice e a come avrei fatto senza di quello. Mi venne in mente quello che usavo nel laboratorio di chimica, all'Istituto Tecnico. Mia madre doveva ben averlo da qualche parte. Mi ripresi, e risposi "Certo che ce l'ho, un camice". "Va bene," disse B. Ci vediamo tra una settimana, lunedì l'altro.
Mi accompagnò nel negozio, presentantomi alla Signorina pettoruta e alla Signora B. come "Il nuovo operatore, Signor M.". Loro mi guardarono impassibili, e immobili nelle loro posizioni.
In strada, tutto mi sembrava diverso. Ripassai davanti al negozio di ferramenta con superiorità. Ero un operatore fotografico, ora. La bicicletta era ancora li. Ci saltai su, feci un'impennata come i ragazzini, e via verso il Primo Cavalcavia. Non stavo nella pelle. Però, al calvacavia non ci arrivai neppure. Nonostante ci fosse il sole (che c'era quasi sempre, ad O.), ad ogni pedalata si addensavano nuovole nere sopra la mia testa. "Che occasione" pensavo. Ma poi pensavo al ritocco, che non avevo mai fatto, ai pomelli, ai pedali, ai pulsanti, ai bagni termostatati, a quel mostro di macchina a banco ottico.... Ero perso. Neanche se avessi imparato a memoria tutti i libri di fotografia e le riviste che avevo sarei stato all'altezza. Così, davanti alla storica pasticceria dei Krapfen, feci marcia indietro, e via a pedalare verso lo studio di B.
Arrivai col fiato in gola. Era ancora aperto. Dal tempo che passò prima che l'imperturbabile Signorina avvertisse B. nei meandri della casa, e da come lui si presentò, con una vestaglia invece che con la camicia a frappalà, ne dedussi che il Maestro stava già pranzando. Mi guardò senza mettermi a fuoco, quello che c'era da vedere l'aveva già visto, e mi chiese "Cosa c'è ancora?".
Gli dissi che avevo pensato di iniziare immediatamente, e non dopo una settimana. Che questo mi avrebbe permesso di familiarizzare con gli attrezzi, in modo che alla data stabilita sarei stato pronto. E che naturalmente, per quella settimana non avrei preteso nulla. Mi guardò per la prima volta con un sorriso diverso, un sorriso di bambino, che qualche rara volta ha ancora adesso, da vecchio. E mi disse: "Questo non è possibile. Prima che lei venga qui, voglio attendere che il Signor Pallotta vada via. Ma ho apprezzato molto.".  Ringraziai, avviandomi un po deluso verso la porta. Mentre scendevo le scale, mi disse "Non si preoccupi, giovanotto.... andrà tutto bene."
Caro Maestro.

segue
Ritratto
Quarta parte
Passò dietro al bar, scrutò le bottiglie, si girò, e mi disse "Peppermint & soda water?...       
 "Grazie", risposi. Come un consumato barman, versò la dose prescritta di ghaccio e Menta Sacco nei bicchieri, e li riempi con selz, spruzzato con una bella bottiglia anni 50'. Poi, di nuovo mettendomi a fuoco con il suo tic, mentre cercavo di bere con indifferenza, mi chiese, con uno sguardo fortemente interrogativo: "Lei gioca a scacchi?". Mi venne in mente il settimo sigillo. Risposi: "Si", senza capire a cosa andavo incontro, ma con una specie di sinistro presagio.


"Venga con me, Signohhrr M.", disse con un tono perentorio, dirigendosi verso una porta del salone. Lo seguii. Attraversammo un locale magazzino, in cui erano stipate le cose che avevo sempre desiderato. Negativi, carte, sviluppi... guardavo attonito. Poi passammo attraverso una specie di "camera iperbarica", una doppia porta che isolava la camera oscura. E finalmente, nel tempio. Non ci misi molto ad adattarmi alla luce. B. usava già una luce giallo-verde, per la stampa positivi, dell'esistenza della quale avevo letto in alcune riviste tedesche. Mi illustrò, girando da sinistra a destra, i vari elementi. "Questi sono i bagni termostatati", disse indicando una lunga fila di vasche arancioni per il bagno di sviluppo, arresto, fissaggio e lavaggio...pensavo al mio angusto gabinetto, nel quale, una volta collocate le vaschette, non era possibile girarsi. "Questo è l'esposimetro automatico per le stampe dei clienti", disse mostrandomi un macchinario che sembrava vagamente un diascopio per diapositive spento. All'attrezzo, lavorava appollaiato su una specie di trespolo il Pallotta, quello che doveva andar via. Velocemente, poggiava un 10x15 sulla macchina, e mentre l'otturatore dell'ingranditore si apriva per un paio di secondi, premeva una sequenza di pulsanti quasi sempre diversa. Ne aveva una pila alta parecchi centimetri davanti. Il Pallotta non si girò neppure. "Queste sono le carte" disse indicando una intera parete nella quale erano presenti migliaia di scatole da cento fogli di carta da stampa. A quel punto, mi si deve essere aperta la bocca, da sola. Nei miei momenti più fortunati, riuscivo a permettermi una busta da 10 in gradazione 2 e 3. "Vede, Signohhrr M., " qui usiamo carte opache e lucide, fondo sabbia, seta e tela, calde e fredde, al clorobromuro,.... toni oliva e seppia.... Molte le vado a prendere in Germania,.... altre in Romania,  o in Polonia.... Sa, molti tipi non sono più in commercio..."
Mentre parlava, sentivo un brivido dietro la schiena. Avevo decantato le mie virtù con la persona sbagliata.... alla prima stampa mi avrebbe scorticato vivo.
Ma lui andava avanti. "Qui ci sono le maschere" (maschere????), "Qui le taglierine...", "Qui le ottiche", "Qui le lastre".... Ero immerso nel sudore freddo. "E qui, il mio bambino". Incredibilmente, non l'avevo visto prima. Era un ingranditore Durst Labormat motorizzato, con tre teste, alto fino al soffitto come un immenso microscopio. Azionò leve e pulsanti, mentre il macchinario si muoveva, basculava, si inclinava....
"Le piace?" disse alla fine. La Menta Sacco tornava su, spinta dalle bollicine di selz. "Bello", dissi come un'ebete.
segue 
martedì, 01 novembre 2005

roccia-1_L
Arrampicate
Mi sono sempre arrampicato. Prima, nelle difficoltà di una famiglia dura in tempi duri. Poi ho fatto la mia bella fuga all'inglese, che è nel tempo diventato un mio classico. E poi, ho fatto l'Art director, il reporter, il segatore di pesce surgelato, il palombaro, il riparatore di flipper, il detective privato, il fotografo, il commesso viaggiatore, l'istruttore, l'allevatore di cavalli, il sommozzatore, il programmatore, il traduttore, l'alpinista, il consulente, l'importatore, l'imprenditore.
In tutto questo tempo, ho imparato ad arrampicarmi anche sugli specchi. E non è ancora finita.

Vecchia fotografia sullo "spigolo di Roberto", a Leano (Terracina)
Ritratto
terza parte
Era pure biondo, con boccoli da angioletto. Non sapevo ancora che era sposato con la tordella, ne molte altre cose che scoprii in seguito: così pensai immediatamente che forse fare il commesso di una ferramenta sarebbe stato più prudente. Ma lui, era proprio francese.
 Dalla tenda sbucò nuovamente la tordella, a cui non sfuggiva nulla. Non so se tra loro si capissero con gli sguardi, oppure, come mi piace pensare, se lui mi aveva notato sul triclivio, entrando. Ancora con le macchine a tracolla, si girò all'improvviso, e mi quardò fisso. Aveva un tic all'occhio destro, che chiudeva spesso. Contemporaneamente, l'altro occhio metteva a fuoco, come attraverso il mirino di una macchina fotografica. Deformazione professionale.
 Venne verso di me, e inchinandosi leggermente mi disse "Il signohhr?". L'accento francese era fortissimo. Ma guardandolo dritto negli occhi si capiva che non c'era da preoccuparsi di quello di cui mi preoccupavo io. C'era dell'altro, semmai. Dietro alle sue spalle, la Signora disse: "Questo signore cerca lavoro: è un operatore". Lui non cambiò espressione, come se sapesse già tutto. Ma all'epoca non c'erano i cellulari. Quanto a me, non capivo esattamente cosa intendesse con "operatore". Lo capii in seguito.
 B. mi fece accomodare, passando dietro la tenda, e attraverso una grande sala di posa, in uno straordinario salone, che evidentemente apparteneva già alla casa. Mi fece sedere in un angolo con un salotto arabo, di quelli che si trovano nelle tende dei beduini. Il resto dell'arredamento era troppo complicato per comprenderlo a colpo d'occhio, poi m'era improvvisamente tornata la preoccupazione. "Come ha saputo", mi disse "che il Signor Pallotta sta per andar via?". Non so come avreste risposto voi ad una domanda del genere. Io risposi nel modo più stupido possibile. Gli dissi "veramente sto cercando lavoro. Ho visto nel negozio a fianco che cercano un commesso. Ma sono un fotografo. Per questo sono entrato. Non sapevo affatto che il signor Pallotta stesse per andar via. Non so neanche chi sia". B. mi guardò ancora come prima, chiudendo un occhio e mettendomi a fuoco con l'altro. Non era del tutto convinto. Però, quando chiudeva l'occhio in quel modo avrebbe potuto fare una radiografia. Andò avanti. "Lei sa fare ritratti?". Feci un esame di coscenza. Ero appassionato di fotografia. Avevo un paio di reflex. Leggevo tutte le riviste. Avevo persino lavorato per un periodo, e gratis, per uno sfigato, che come seconda attività, gestiva un piccolo negozio. Avevo fatto dei ritratti. Venivano tutti diversi, qualcuno si doveva rifare, ma si, li avevo fatti. Risposi senza esitazione "Certo!". "Sa sviluppare?" incalzava B. Ma di quello ero sicuro. Eccome se sapevo sviluppare. Risposi "Si.". "E stampare?". Mi sembrava ovvio. Risposi ancora di si, che non avevo problemi in camera oscura. "Sa ritoccare?". A questo, non ero preparato. Risposi "Ritoccare?" come se non avessi capito la domanda. Uno che sa ritoccare, risponde di si. E se ne accorse, che il problema non era non aver capito la domanda. Stavolta ero io a guardarlo cercando di mettere a fuoco. La partita mi sembrava bruciata. Ma lui disse "E quale sarebbe la sua richiesta?". Sapevo perfettamente di aver esagerato descrivendo la mia bravura. Risposi "Non so, forse potrebbero andar bene centomila lire...".  Non era gran che. Per questo avevo detto questa cifra. Si alzò improvvisamente in piedi, guardando oltre me, come se io non ci fossi. Lo vidi andare verso una parete, sulla quale c'era una enorme fotografia di Annie Girandot. Ero angosciato. Se n'era andato, così. Premette un interruttore sul muro. La parete scivolò di fianco, mossa da qualche marchingegno. Dietro c'era un bar, il più kitch che io abbia mai visto. Almodovar sarebbe svenuto sul colpo. Passò dietro al bar, scrutò le bottiglie, si girò, e mi disse "Peppermint & soda water?... 
Ritratto
seconda parte
Ero poco più di un ragazzo. E la donna incuteva, di sicuro, un certo timore. "Così, lei cerca lavoro... e sarebbe un fotografo..." mi disse, squadrandomi dall'alto in basso.... "Dovrebbe aspettare..." mi disse. "E' una cosa di cui dovrebbe parlare con B.". "Ma non tarderà molto: sta per rientrare". Mi fece sedere su una specie di triclivio che c'era all'ingresso dello studio. Di li, guardavo a tratti lei, a tratti la Signorina , che aveva diligentemente ripreso il suo posto proprio dietro la cassa.
 La Signora aveva folti capelli neri, cotonati un una specie di covone sulla testa, come si usava diversi anni prima.  Un personaggio a metà tra Moira Orfei e la tordella, la moglie del capitan Cocoricò. Una profonda cicatrice le attraversava il naso aquilino. Stava dietro al banco di vendita, che in realtà era una specie di bacheca orizzontale, in puro stile veneziano, come il resto dello studio. Poggiava le mani sulla vetrina, con le spalle in avanti, come un pugile all'angolo in attesa che suoni il gong. Ogni tanto, spariva dietro una tenda, e tornava dopo qualche minuto, come se stesse cucinando un minestrone da qualche parte. Ogni volta che rientrava, riprendeva la stessa posizione, guardando verso le scalette di ingresso.
 La Signorina no, lei non si muoveva. Stava a braccia conserte dietro la cassa, come un militare a riposo, se non fosse per il seno esagerato. Il grembiule marrone minimizzava il più possibile, e si intuivano altre strutturate armature, ma l'impresa di contenere quelle grazie era disperata. Ogni tanto, dal riflesso nel vetro di una delle tante fotografie appese, mi sembrava che mi guardasse con l'attenzione di chi potrebbe trovarsi di fronte ad un nuovo collega. Ma quando mi giravo, sembrava una lampadina spenta.
 Quanto a me, mi guardavo attorno, cercando di non darlo a vedere. La stanza, al piano mezzanino, faceva parte di una villa, che fungeva da negozio e (come scoprii dopo), abitazione. Due lati erano chiusi da una vetrata, c'era molta luce. L'altra metà era misteriosamente in ombra. Questo innaturale contrasto sembrava fatto apposta per lo studio di un ritrattista. Come ho detto prima, l'arredamento era completamente in stile veneziano, con colori avorio e verde muschio. Le cornici erano rigorosamente in oro antico, e i personaggi ritratti sembravano presi da un rotocalco mondano anni 50'. Nell'angolo, c'era una strana macchina, una specie di grande stufa cilindrica, con uno sportello in vetro curvo. Sulla macchina c'era aggrappata un'aquila impagliata.
 B. entrò senza degnarmi di uno sguardo, con la Rolleiflex al collo e un Metz Mecabliz a valigetta a tracolla. Sarebbe sembrato lo stereotipo di un reporter all'opera, se non fosse stato per il frac nero e la camicia rosa, con vistosi frappalà.
 "Aspetti, le apro la tenda" scattò la Signorina.. .. Lui rispose "Scehhrtoo", con una vistosa erre moscia e l'accento francese. Era pure biondo, con boccoli da angioletto. Non sapevo ancora che era sposato con la tordella, ne molte altre cose che scoprii in seguito: così pensai immediatamente che forse fare il commesso di una ferramenta sarebbe stato più prudente. 
Ritratto
 Parcheggiata la bicicletta, iniziai a camminare per il viale alberato nel centro di O..
Guardavo le vetrine, cercando una possibilità. All'ingresso di un negozio di ferramenta c'era scritto: cercasi commesso. Poteva andare. Qualche metro più avanti però, l'insegna dello "Studio fotografico B." era più invitante. No, non potevo andare avanti studiando all'Università, quando pochi mesi prima avevo deciso, contro ogni parere, di sposarmi. Era giusto: dovevo trovarmi un lavoro, e subito.
Ma questo non voleva dire dover fare per forza il commesso di una ferramenta. Potevo sempre provare.
Entrando nel corridoio dello studio, guardavo le fotografie appese su entrambe le pareti. Sinceramente non mi piacevano gran chè. Erano troppo colorate, troppo forti. Solo un ritratto, di un uomo in giacca grigia, obliquo nell'immagine, e con una luce tagliente sul bordo del viso mi colpì veramente. Ma quello era pur sempre lo studio un fotografo, e non un ferramenta. E a me piaceva fare fotografie. Avevo persino un piccolo ingranditore in bagno, con una lampada a luce rossa e diverse buste di carta fotografica di gradazione 1, 2 e 3, lucida e opaca. Sviluppavo i rullini in casa, con una scatola Patterson, regalo del marito di mia sorella, che si era da tempo stufato di quelle alchimie. Beh, mi feci coraggio. Attraversai una specie di giardino, e salii le scale, sino all'ingresso dello studio.


"Buongiorno", dissi entrando. La signorina alla cassa mi guardò attentamente, cercando di capire se volevo un rullino, o scattare una fototessera. "Sto cercando lavoro", dissi, "mi chiedevo... se da voi c'era qualche possibilità...". La signorina cambiò espressione e rispose subito: "Chiamo la Signora.. .". Portava un grembiule marrone, ben stirato. Era pulita, e carina anche. Ma sembrava quasi preoccupata, come se chiamare " La Signora " fosse un fatto in qualche modo grave, e lei non potesse comunque fare altrimenti. Col tempo ho capito che era proprio così.
Tornò dietro a una donna alta e forte, bruna, severa, con uno  spiccato accento marchigiano. Questo accento, nella cittadina di O. lo si usava di tanto in tanto per prendere in giro qualcuno, o per scherzare. Ma li c'era poco da scherzare. Mi vergognavo, è logico. Ero poco più di un ragazzo. E la donna incuteva, di sicuro, un certo timore. "Così, lei cerca lavoro... e sarebbe un fotografo..." mi disse, squadrandomi dall'alto in basso....
Segue.... 
Canzone triste

mormora
Tutti gli anni, all'inizio dell'estate, si andava a pesca di Marmore (o Mormore, come le chiamano in certi posti, che a me piace di più). Era una specie di convenzione non  scritta; ce n'erano diverse nella piccola città di mare: come incontrarci in primavera sulla pista di pattinaggio a rotelle, o nelle notti d'inverno a suonare jazz al Leone Rosso.
Ci incontravamo in spiaggia, a una certa ora. Si portava vino, fumo e storie. Qualche volta venivano anche delle donne.
Il rito era semplice: si infilave un tubo nella sabbia, il filo negli anelli della canna, il verme nell'amo, la canna nel tubo. Era tutta questione di infilare qualcosa.
I pesci arrivavano, come ad un appuntamento, col mare in scaduta, in grandi branchi.
Li tiravamo a morire sulla sabbia, girando la manovella. Forse gli ingranaggi del mulinello, a metà tra il gesto e il pesce, ci tenevano un po a distanza da questa morte. Forse, tra il vino e i racconti, con la vita che ci avanzava, della morte di quei poveri pesci non ce ne fregava proprio niente.
 Fattostà, che anno dopo anno, le pescammo tutte, le mormore.
 E sulla spiaggia, piano piano diventammo più silenziosi.
E con più attenzione, con più attenzione si sistemava il verme. Con più attenzione si lanciava la lenza.
"Dietro a quell'onda li, la terza, dentro al gorgo di spuma....e li che devono essere", "Il momento giusto è quando la nuvola si troverà esattamente a metà della luna...". Questi erano i pensieri che ci passavano per la testa. Scaramanzie, e ricerca di segni.
 Poi, piano piano sono proprio finite, e l'abitudine di riunirci sulla spiaggia con loro. Sono finite le risate, è finito il vino, e le storie.
 Ma qualche anno fa, sono tornato sul posto. Sono tornato attrezzato. Con due canne, e vermi dei migliori. Un filo invisibile anche da chi lo ha fatto. E tutta la notte a disposizione.
 Infilo tutto quello che c'è da infilare. Con un po più di fatica. Pluff. Il primo piombo è in acqua. Il più è fatto. Mentre preparo l'altra canna, può già accadere qualcosa. Pluff, un po più in la. E due. Non c'è che da chiudere la scatola di cartone ondulato dei vermi, riordinare gli attrezzi, allungare le gambe sulla sabbia, e aspettare. Accendo una sigaretta, metto le mani dietro la testa, e mi abbandono a guardare le stelle.
 Chiedo a Nettuno un pesce.
"Mandami una bella mormora", chiedo. "Non la tengo... voglio solo sentire quel fremito... poi te la rendo", dico al vecchio che sta in fondo al mare. Poi rimugino che forse, se ributto in acqua un pesce che mi ha mandato, si offende. E penso che forse lo terrò, guardando la punta delle canne contro la luna. Quasi con noncuranza, ogni tanto tiro su una canna, per cambiare il verme mangiato dai granchi, per lanciare in un posto diverso. Tocco il piombo. Sembra freddo, troppo freddo. Non sono ancora arrivate. Fantastico sul loro viaggio. Le immagino passare davanti alla Bufalara, e poi gironzolare intorno a Rio Martino. Li devono esserci altri pescatori. Me la prendo con loro. Mi sciaquo le mani con l'acqua salata, perchè non si senta l'odore del fumo. Pluff. Aspetto. Ecco, il cimino freme. Ma è vento. Si muove ancora. Ma è la corrente. Si muove di nuovo, ma sono i granchi. Se n'è andato anche Nettuno. La notte diventa più profonda, e fa freddo, troppo freddo.
Mi stendo sulla sabbia. Guardo la luna. Chiudo gli occhi.
Mi sveglio con le ossa rotte. Ritiro le canne, e butto i vermi nell'acqua. Sulla litoranea verso Rio Martino c'é una fitta nebbiolina che copre le dune. Chissà se sul pontile marcio c'è qualche vecchio amico. Non c'è nessuno. Spariti, come le mormore, che uno dopo l'altro, ci hanno pescati tutti.

Preparativi (visti dalla finestra)
conversazione


Il capitano: passami una nocciolina


Pietro: devo lavare i bicchieri
Beh, come va il tuo diario
Non so. Quasi nessuno scrive commenti

E che ti importa? Scrivi per te, o per leggere i commenti?
Se scrivessi solo per me, non avrei bisogno di farlo in questo diario. Potrei anche scrivere sul muro della mia stanza.

Allora scrivi una cosa di SESSO

Tu sei malato
Perchè, tu no?
Può darsi, ma cerco di non darlo a vedere.
Allora sei falso.
Voglio dire che qui cerco altre cose.

Vedi che non stai bene
Pensa per te

Magari sei solo vecchio
Vaffanculo
Non si dovrebbero insegnare parolacce ai pappagalli
Veramente ne conosci più di me
Touchè. Dai, passami una nocciolina
Ti fa ingrassare, diventi una botte. Poi ti viene mal di fegato
Allora passami un Martini
Il bar è chiuso
Fammi rivedere la fotografia di Think
Fossi matto. E' mia.
Guarda che l'ha messa sul suo blog
Ce l'ha messa per me
Tu sei tutto scemo
Dai, piantala, finiamo di preparare, che arriva gente
Allora attizza il fuoco e accendi la lanterna. A me vanno a fuoco le penne.
....Ecco fatto.
Bene. Passami un Martini
Senza Parole

Rn
hiuso per turno

 Oggi ho deciso di non lavorare. Mi sono svegliato presto, ho telefonato a M. e a L., per organizzare una gita a cavallo. Ci siamo visti mezz'ora dopo, abbiamo sellato, e siamo partiti. L. fa il cuoco: così, siamo andati in un agriturismo a tre ore di cavallo, che tra l'altro fa formaggi buonissimi, e abbiamo cucinato insieme. Si sa, al ritorno (dopo una delle nostre soste), i cavalli sono sempre più alti. Ma stavamo proprio bene, dopo un paio di bottiglie di Chianti. A parte un sette sulla guancia che mi sono fatto al ritorno, con un albero di robinia, mi ci voleva proprio una giornata cosi.
ioetesiop
 Fresca di giornata...
Beh, sono di nuovo al mio posto nel bar.... Metto il caffè sul fuoco e vi aspetto....
Grasso all'Esquimese
Questa è una gustosa ricetta di P., che mostra di gradirla molto....
Scherzo. E' una fotografia di qualche tempo fa, in cui P. faceva finta con mia figlia (schifatissima), di mangiare il grasso di pecora che si usa per preparare l'unguento per gli zoccoli dei cavalli. Ve lo dicevo che è un ragazzino.
grasso
Anche dopo una vita seminata di disastri peggio di Zorba il Greco, alla fine della quale restano solo i cavalli, la capanna e qualche amico, ecco qua, si può ancora giocare.
"You live your life,
as if it's real
a thousand kisses deep
"
Leonard Cohen
Ecco, questo è P.
Non voglio scrivere molto di lui ora, perchè la sua figura nella mia vita è troppo importante per liquidarla semplicemente perchè in questo momento ho voglia di scrivere. Pubblico la sua immagine perchè ho scoperto di avere nuovi amici qui, che meritano di conoscerlo.
 P



Io e P. siamo amici da sempre, e da molti anni è l'unico amico in carne e ossa che ho. Abbiamo passato insieme le quaranta punture di sangue di tigre.  
Se sapesse scrivere, direi che P. è il più grande poeta che io abbia mai letto. Ma lui non scrive volentieri. E' un uomo forte, ma con tutti quei segni fa fatica. Così parliamo, nella capanna o sul mare, o stiamo in silienzio. Ed è lo stesso.
Il caffè del porto
Capanna

il caffè, al tramonto
Qualcuno mi ha chiesto se il caffè esiste davvero. Certo che esiste, anche se, come ho scritto, è davvero modesto, e non è un vero caffè. E' una capanna, sul mare, costruita come si faceva cento anni fa, dal mio amico P., che si prende cura dei miei cavalli, vicino S.Felice Circeo. Non ci vivo, anche se mi piacerebbe. Ci vado qualche volta, quando posso, a rimettermi in sesto. Il caffè si fa sul fuoco, che serve anche per cucinare e scaldasi, al centro della capanna. Per dormire, ci sono dei pagliericci (le ravazzuole, come si chiamavano una volta), ricoperti con foglie di granturco. E' calda e accogliente, come deve essere un vero ritrovo di marinai.
interno
Questo è l'interno del caffè. E' povero, ma è un luogo magico, che nell'essenza della vita semplice, e decisamente primitiva, ci riporta più vicini a noi stessi.  L'abbiamo costruita (io per la verità non ho fatto molto), perchè per entrambi era un vecchio sogno. P. è nato in una capanna come questa. Io ci ho trascorso diverso tempo in un periodo in cui volevo stare per conto mio. Quello in basso sono io, nela mia prima capanna, in uno dei miei momenti di coccodrillite.
coccodrillite1
Il mio primo "caffè"
Dubbi - ultima puntata

"Uva ne avete?" Chiesi. "Quanta?", mi rispose una donna con un grembiule grigio, che sembrava Anna Magnani. "4 chili, risposi".

Le scale verso l'ambulatorio stavolta erano in salita, e molto più difficili. Non so se avete mai mangiato quattro chili di uva in mezz'ora. Ma dovevo arrivare prima che finisse l'orario delle visite.
 C'era da aspettare. Sul Radiocorriere stazzonato di qualche mese prima, c'era uno "scoop" con le fotografie di Corrado, in vacanza ad Amalfi. "Bello pure qui". Magari non c'è da andare troppo lontano", pensavo assorto. "71", annunciò la monaca. Numeretto e documenti alla mano, rientrai nella sala della tortura. "Ancora?" chiese il dottore "che c'è?". "Vorrei essere ripesato" risposi. Mi rendo conto ora che non poteva essere. "Non mi faccia perdere tempo" disse il dottore. "Non si presenti dopo aver bevuto acqua. Non provi neppure lontanamente ad usare del Cortisone. Me ne accorgerei. Torni tra un mese, e vedremo". L'inutile uva che avevo ingurgitato stava cercando di uscire da tutte le parti.
Adottai una tecnica ferrea per ingrassare. Due colazioni, due pranzi, due cene tutti i giorni. Si, avete capito bene. Iniziavo dal primo, secondo, contorno e ricominciavo con un primo, secondo, contorno.

 C. cucinava. Pur sapendo che ogni boccone che inghiottivo avvicinava la mia partenza. L'amore delle donne certe volte è commovente, senza confini.
Dopo quattro settimane, mancavano solo 500 grammi. Ma i sogni sfumano. La vita ci riacchiappa per il bavero. Il venerdì sera dell'ultima settimana prima della visita, decisi di festeggiare, uscendo con B.G.

 B.G. era una ragazza intraprendente. Mi aveva rimorchiato facendosi prestare un cane da un'amica, dopo aver visto che tutte le sere portavo il mio a fare un giro in strada. C'ero uscito già altre volte, negli ultimi mesi. Era così diretta, che pur essendo carina, non aveva alcun fascino. E già, gli uomini spesso si debbono sentire un po rifiutati, per essere attratti da una donna. Cosi ci uscivo, ogni tanto stavamo insieme, ma era come fare ginnastica. E in poco tempo, eravamo diventati complici, più che amanti. Quella sera, mi portò in casa di G., una ballerina spagnola. Era pieno di gente. Stavo seduto in terra, assorto nei miei pensieri, immaginando il mare, e l'altra parte del mondo. "Non ti diverti?", mi chiese G.
 Chissà perchè, tra tanta gente che c'era, era interessata proprio ad uno seduto per terra per conto suo. Anche le donne sono strane.
 "Si, certo", risposi stupidamente. Ogni tanto, tornava a portarmi un bicchiere di sangria. Quando quasi tutti erano andati via, mi tirò per un braccio in camera sua. Rimanemmo li per due giorni. Il lunedi non andai a fare la visita, perchè pesavo sessantasei chili. Non ci andai più, a fare la visita.
 Ci si pente soltanto di quello che non si è fatto.....








Al prossimo racconto
Tesio Valerio Severo
TesioVS
Un piccolo spazio per Tesio Valerio Severo, il mio "cavallo da guerra", compagno di tanti viaggi.
venerdì, 21 ottobre 2005

Dubbi - quarta puntatacoraggio, ci siamo quasi...
La mattina dopo, di buon'ora, ero a fare la fila nella ridicola Capitaneria di Porto del ponte di ferro, a rinnovare il libretto di navigazione. La nuova idea balzana era imbarcarmi come elettricista di bordo su una petroliera.

"64" disse la monaca del Medico di Porto.  Con gli incartamenti ed il numeretto in mano, dopo aver aspettato pazientemente per più di due ore, entrai nello studio del dottore. Dottore si, Porto mica tanto. Non ricordo esattamente dove fosse, verso Piazzale Flaminio. Di sicuro, il mare non c'era. Ma la visita, era li che dovevo farla. "Si spogli", disse il dottore, mettendo una mano sulla cornetta del telefono. "Nudo", precisò, come se uno si spogliasse vestito. Mi spogliai, in modo assurdo, con la monaca dietro alle spalle, davanti alla scrivania, mentre il dottore discuteva al telefono della cena di quella sera. Passò ancora mezz'ora. Inebetito, al freddo in piedi davanti alla scrivania, sentivo il dottore chiacchierare, mentre di tanto in tanto entrava qualche altra monaca a portare pezzi di carta, e persino un falegname a chiedere dello spirito. Ogni tanto il dottore faceva qualche cenno col dito alla monaca, indicando ora la bilancia, ora il metro. La sorella mi pesava, mi misurava e scriveva. Mi vergognavo, ma lei non guardava. Chissa quanti ne aveva visti. Finalmente, il dottore mette giù il telefono ed esordisce con un incredibile "Mi dica...". Con la stupidità dei ragazzi, che anche quando sono marinai sono poco navigati, dissi all'Autorità Portuale in Persona: "Sa cosa le dico: che lei dovrebbe fare il dottore, invece di telefonare...". Senza battere ciglio, il luminare prese gli appunti della monaca, e cominciò a scrivere sui documenti che gli avevo portato. Alla fine, mi allungò il foglio, annoiato. C'era scritto: Ministero della marina ... bla bla... si rilascia il presente... per il rinnovo dell'iscrizione alla Gente di Mare...esito negativo...di sana ma non robusta costituzione fisica, per deficit di peso corporeo... firmato: il Medico di Porto.". Lo leggo un paio di volte, poi chiedo? "Che significa?". "Significa che lei è alto 1,82 e pesa 68 kg., quindi non è robusto abbastanza. Il certificato non posso firmarlo.". "Scusi, dottore, ma sono stato arruolato nei Lagunari....". "E allora?" risponde lui. "Si vede che a loro andava bene. A me no. Torni quando peserà almeno 72 kg., o si rivolga ad un collegio medico. Arrivederci.". Non c'erano ma. Rimisi i vestiti. In strada c'era una bancarella, di quelle che all'epoca vendevano ananas e meloni di Natale. "Uva ne avete?" Chiesi. "Quanta?", mi rispose una donna con uno zinale grigio, che sembrava Anna Magnani. "4 chili", risposi.

segue....
giovedì, 20 ottobre 2005

AlexUn abbraccio forte all'amico Alex, che sta remando tutto solo e senza nessun supporto in una barchetta nell'oceano, da Genova a Ceara, in Brasile. Chi ama il mare, e gli eroi, può incoraggiarlo e lasciargli un saluto su www.alexbellini.it.
ceara
Dubbi - terza puntata
Gli dissi che non lo sapevo esattamente, ma che mi avevano assicurato che li importavano pure la carta igenica, e che ci saremmo fatti strada. Andammo verso la rosticcieria di Corso Trieste, a mangiare due supplì, gli ultimi della nostra vita, probabilmente. Quel giorno, tutto era speciale....
"Ma quale strada" disse improvvisamente S.P. con il filo del supplì che penzolava. "Noi la vogliamo perdere, la strada, mica trovarla!". Aveva ragione. Guardandomi i bottoni della giacca imbarazzato, dissi "beh, allora che si fa?. Dov'è che andiamo?". Si capisce che era uguale. Almeno per me.

S.P., con una faccia da che sarebbe andata bene ad un venditore di cavalli, iniziò a snocciolare "bisogna pensarci bene... mica possiamo partire così... questo non è un viaggio come tutti gli altri... ci vorrebbe, almeno all'inizio, un posto sicuro, una via di mezzo". Non l'avevo mai sentito parlare con tanto buon senso. "Per esempio?", gli dico pulendo la mano sporca di unto sul suo trench, che poi era il mio. "Beh... non so... ad esempio, nel kibbuz non si stava poi male... potremmo stare un pò li, poi si vede....". P. era rimasta in Israele. Il bubbone prendeva forma. "Fammi capire", gli dico. "Vediamo, io, te e chi?". "Beh, che vuol dire....", risponde S.P., infilandosi le mani in tasca e tirando un calcio al tetrapak del latte. "Certo, mi farebbe piacere rivedere P.".  Dopo due ore dalle dimissioni, ero col culo per terra.

katel




 Passammo la notte a discutere. "Se devo partire in due per trovarmi da solo, allora parto direttamente da solo", mi impuntai. Ero geloso. Così, verso le quattro di mattina ero di ritorno a casa. La cena di due giorni prima era ancora lì, come un'altare. "Ciao C.", dissi a mia moglie, infilandomi nel letto con tutta la giacca e la cravatta. Non chiese nulla. Non chiedeva mai nulla, per paura delle mie risposte. La mattina dopo, di buon'ora, ero a fare la fila nella ridicola Capitaneria di Porto del Ponte di Ferro, a rinnovare il libretto di navigazione. La nuova idea balzana era imbarcarmi come elettricista di bordo su una petroliera.

segue....