Canzone triste
Tutti gli anni, all'inizio dell'estate, si andava a pesca di Marmore (o Mormore, come le chiamano in certi posti, che a me piace di più). Era una specie di convenzione non scritta; ce n'erano diverse nella piccola città di mare: come incontrarci in primavera sulla pista di pattinaggio a rotelle, o nelle notti d'inverno a suonare jazz al Leone Rosso.
Ci incontravamo in spiaggia, a una certa ora. Si portava vino, fumo e storie. Qualche volta venivano anche delle donne.
Il rito era semplice: si infilave un tubo nella sabbia, il filo negli anelli della canna, il verme nell'amo, la canna nel tubo. Era tutta questione di infilare qualcosa.
I pesci arrivavano, come ad un appuntamento, col mare in scaduta, in grandi branchi.
Li tiravamo a morire sulla sabbia, girando la manovella. Forse gli ingranaggi del mulinello, a metà tra il gesto e il pesce, ci tenevano un po a distanza da questa morte. Forse, tra il vino e i racconti, con la vita che ci avanzava, della morte di quei poveri pesci non ce ne fregava proprio niente.
Fattostà, che anno dopo anno, le pescammo tutte, le mormore.
E sulla spiaggia, piano piano diventammo più silenziosi.
E con più attenzione, con più attenzione si sistemava il verme. Con più attenzione si lanciava la lenza.
"Dietro a quell'onda li, la terza, dentro al gorgo di spuma....e li che devono essere", "Il momento giusto è quando la nuvola si troverà esattamente a metà della luna...". Questi erano i pensieri che ci passavano per la testa. Scaramanzie, e ricerca di segni.
Poi, piano piano sono proprio finite, e l'abitudine di riunirci sulla spiaggia con loro. Sono finite le risate, è finito il vino, e le storie.
Ma qualche anno fa, sono tornato sul posto. Sono tornato attrezzato. Con due canne, e vermi dei migliori. Un filo invisibile anche da chi lo ha fatto. E tutta la notte a disposizione.
Infilo tutto quello che c'è da infilare. Con un po più di fatica. Pluff. Il primo piombo è in acqua. Il più è fatto. Mentre preparo l'altra canna, può già accadere qualcosa. Pluff, un po più in la. E due. Non c'è che da chiudere la scatola di cartone ondulato dei vermi, riordinare gli attrezzi, allungare le gambe sulla sabbia, e aspettare. Accendo una sigaretta, metto le mani dietro la testa, e mi abbandono a guardare le stelle.
Chiedo a Nettuno un pesce.
"Mandami una bella mormora", chiedo. "Non la tengo... voglio solo sentire quel fremito... poi te la rendo", dico al vecchio che sta in fondo al mare. Poi rimugino che forse, se ributto in acqua un pesce che mi ha mandato, si offende. E penso che forse lo terrò, guardando la punta delle canne contro la luna. Quasi con noncuranza, ogni tanto tiro su una canna, per cambiare il verme mangiato dai granchi, per lanciare in un posto diverso. Tocco il piombo. Sembra freddo, troppo freddo. Non sono ancora arrivate. Fantastico sul loro viaggio. Le immagino passare davanti alla Bufalara, e poi gironzolare intorno a Rio Martino. Li devono esserci altri pescatori. Me la prendo con loro. Mi sciaquo le mani con l'acqua salata, perchè non si senta l'odore del fumo. Pluff. Aspetto. Ecco, il cimino freme. Ma è vento. Si muove ancora. Ma è la corrente. Si muove di nuovo, ma sono i granchi. Se n'è andato anche Nettuno. La notte diventa più profonda, e fa freddo, troppo freddo.
Mi stendo sulla sabbia. Guardo la luna. Chiudo gli occhi.
Mi sveglio con le ossa rotte. Ritiro le canne, e butto i vermi nell'acqua. Sulla litoranea verso Rio Martino c'é una fitta nebbiolina che copre le dune. Chissà se sul pontile marcio c'è qualche vecchio amico. Non c'è nessuno. Spariti, come le mormore, che uno dopo l'altro, ci hanno pescati tutti.